Negli anni 50 a San Siro quando giocava il Milan dalle tribune si sentiva dire “Ma quel Schiaffino Lì ha il Radar” fino ad allora al Milan o meglio in Italia un giocatore come lui non si era mai visto. Il Sudamerica “ha la genialità di uno Schiaffino” cantava Paolo Conte. Pepe, il soprannome che gli ha dato sua madre per un carattere fin troppo vivace e gli resta attaccato come un ritratto per tutta la vita, nasconde geni liguri. Figlio di una casalinga e di un impiegato dell’ippodromo di Montevideo, risparmia ogni centesimo e passa in Svizzera i lunedì di riposo quando gioca in Italia per speculazioni finanziarie. “Se fosse presidente, dipingerebbe la pelle dei giocatori di rosso e nero per risparmiare sulle magliette” ironizzerà Quando è arrivato al Milan per 52 milioni di lire, alla vigilia della Copa Rimet del 1954, un giornale di Montevideo titola: “Il Dio del pallone ci ha lasciato”. Un dio che quattro anni prima feriva un’intera nazione nella notte del Maracanazo, gol e assist a Ghiggia per un trionfo annunciato trasformato nella tragedia del portiere Barbosa e del Brasile intero. Un dio che nell’era dell’innamoramento per gli oriundi illuminerà il campionato in rossonero. “Forse non è mai esistito regista di tanto valore”scriveva Gianni Brera. “Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto”. C’è anche lui in campo, in azzurro, a Belfast contro l’Irlanda del Nord. Con il Milan, Schiaffino vince tre scudetti e una Coppa Italia, poi si trasferisce alla Roma, attirato da un ingaggio d’oro. Impone la presenza della moglie Angelica, si reinventa “libero scientifico” poi torna a vivere a Rio della Plata. Col genio del Sudamerica dentro al cuore....
giovedì 13 settembre 2018
STORIE DI MILAN "Il Sudamerica ha la Genialità di uno Schiaffino"
Negli anni 50 a San Siro quando giocava il Milan dalle tribune si sentiva dire “Ma quel Schiaffino Lì ha il Radar” fino ad allora al Milan o meglio in Italia un giocatore come lui non si era mai visto. Il Sudamerica “ha la genialità di uno Schiaffino” cantava Paolo Conte. Pepe, il soprannome che gli ha dato sua madre per un carattere fin troppo vivace e gli resta attaccato come un ritratto per tutta la vita, nasconde geni liguri. Figlio di una casalinga e di un impiegato dell’ippodromo di Montevideo, risparmia ogni centesimo e passa in Svizzera i lunedì di riposo quando gioca in Italia per speculazioni finanziarie. “Se fosse presidente, dipingerebbe la pelle dei giocatori di rosso e nero per risparmiare sulle magliette” ironizzerà Quando è arrivato al Milan per 52 milioni di lire, alla vigilia della Copa Rimet del 1954, un giornale di Montevideo titola: “Il Dio del pallone ci ha lasciato”. Un dio che quattro anni prima feriva un’intera nazione nella notte del Maracanazo, gol e assist a Ghiggia per un trionfo annunciato trasformato nella tragedia del portiere Barbosa e del Brasile intero. Un dio che nell’era dell’innamoramento per gli oriundi illuminerà il campionato in rossonero. “Forse non è mai esistito regista di tanto valore”scriveva Gianni Brera. “Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto”. C’è anche lui in campo, in azzurro, a Belfast contro l’Irlanda del Nord. Con il Milan, Schiaffino vince tre scudetti e una Coppa Italia, poi si trasferisce alla Roma, attirato da un ingaggio d’oro. Impone la presenza della moglie Angelica, si reinventa “libero scientifico” poi torna a vivere a Rio della Plata. Col genio del Sudamerica dentro al cuore....
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